Senato della Repubblica

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Legislatura 16 - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 711 del 18/04/2012


Ripresa della discussione dei disegni di legge costituzionale
nn.
3073e 2962 (ore 11,25)

D'ALIA (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

D'ALIA (UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI). Signor Presidente, colleghi senatori, innanzitutto annuncio il voto favorevole del mio Gruppo parlamentare sui provvedimenti riguardanti le iniziative dei Consigli regionali della Sardegna e del Friuli-Venezia Giulia e dell'Assemblea regionale siciliana tesi alla riduzione del numero dei propri componenti.

Faccio quindi un'unica dichiarazione di voto per tutti i provvedimenti e colgo l'occasione per svolgere qualche breve considerazione, partendo dal presupposto che il provvedimento in esame, ancorché volto, nel merito della proposta, solo ed esclusivamente alla riduzione del numero dei membri dell'Assemblea regionale siciliana, assume un particolare rilievo per due ordini di ragioni. In primo luogo, esso anticipa una discussione che già oggi pomeriggio in Commissione affari costituzionali avvieremo nella sua fase più stringente e conclusiva sul tema più ampio della riforma costituzionale del nostro Paese. Diventa quindi un anticipo rispetto ad una delle questioni che è già stata e continuerà ad essere oggetto di dibattito in Commissione affari costituzionali: mi riferisco alla riduzione del numero dei parlamentari.

In secondo luogo - ed è una questione estremamente importante - stiamo discutendo di una riforma degli statuti di alcune Regioni a Statuto speciale senza interferire e violare la loro autonomia, sulla base quindi di una iniziativa che vede a confronto, insieme, le Regioni e i colleghi senatori loro espressione, per migliorare gli statuti stessi.

Dal nostro punto di vista, sono questi alcuni elementi di riflessione positivi che ci inducono a votare a favore del provvedimento in esame.

Certo, se immaginiamo che il tema della riforma istituzionale, e soprattutto della riforma degli assetti istituzionali delle Regioni, possa essere circoscritto e limitato alla riduzione del numero dei componenti delle Assemblee elettive, riportandolo ad un criterio di proporzionalità e quindi contenendolo nell'ambito di un rapporto equilibrato tra numero di popolazione e numero di eletti, e se pensiamo che tutto questo possa essere esaustivo di un dibattito molto più ampio, siamo assolutamente fuori strada. Il tema che ritengo sia obiettivamente eluso nel dibattito anche sulle riforme istituzionali è quello di una revisione sostanziale del Titolo V della Parte II della Costituzione, cioè di quella riforma della Costituzione entrata a regime dieci anni fa e che oggi sarebbe il caso, anche in maniera autocritica, di rivisitare. Il punto centrale, infatti, è che la riforma del 2001 ha valorizzato il ruolo delle Assemblee elettive regionali, conferendo ai Consigli e alle Assemblee regionali poteri legislativi superiori.

La riforma dall'articolo 117 della Costituzione, che ha innovato sostanzialmente cambiando natura e ampliando le materie cosiddette di legislazione concorrente, nonché trasferendo in via esclusiva alle Regioni la competenza legislativa in tutte quelle materie non espressamente riservate dalla norma stessa allo Stato, ha prodotto un effetto straordinariamente positivo da un certo punto di vista, che però non è stato sufficientemente supportato da un ridisegno dell'assetto istituzionale delle Regioni che potesse farsi carico di tutto ciò. E questo ha riguardato la mancata riforma amministrativa delle Regioni, che sono diventate elefanti che costano ai cittadini tanto quanto, se non più, dello Stato.

L'altro impatto negativo che ha prodotto è stato lo svuotamento, anziché il rafforzamento, del ruolo delle Assemblee elettive e lo sbilanciamento dell'esecutivo sui Presidenti di Regione e sulle Giunte, cui è stato attribuito un potere superiore a quello che di fatto e di diritto la Costituzione ha assegnato loro. Oggi infatti il ruolo delle Regioni è il ruolo dei Presidenti di Regione, non più dei consiglieri e delle Assemblee regionali, nonostante questi abbiano visto moltiplicare le proprie competenze dal punto di vista dell'esercizio della potestà legislativa.

Il paradosso è che proprio per superare questa paralisi istituzionale, che tutte le Regioni vivono, di un conflitto sostanzialmente permanente tra Consiglio (o Assemblea) da un lato e Giunta e Presidente di Regione dall'altro, anziché individuare negli Statuti un meccanismo che potesse rimettere il sistema in equilibrio, recuperando magari anche un po' il senso dell'equilibrio e del rapporto che a livello nazionale esiste tra Parlamento e Governo, si è prodotto l'effetto opposto che tutto ciò che viene fatto dalle Regioni viene attuato in via amministrativa, anche a prescindere dalla copertura legislativa e da un corretto e fisiologico rapporto tra il potere legislativo e quello esecutivo.

In poche parole, signor Presidente, credo sia giusto procedere a questa riduzione, e apprezziamo lo sforzo che alcune Regioni a Statuto speciale hanno fatto per contribuire, insieme a noi, a tentare di dare una risposta ai cittadini che chiedono dalla politica e dalle istituzioni maggiore trasparenza: ma facciamo attenzione a pensare che quello che stiamo facendo oggi possa in qualche modo essere sostitutivo di un tema che sarà ineludibile, e che è quello della revisione costituzionale del ruolo e del rapporto esistente tra lo Stato, le Regioni e il sistema delle autonomie.

Il problema reale è che, ad oggi, il cosiddetto federalismo istituzionale entrato a regime 10 anni fa ha prodotto una crescita della spesa pubblica pari al 3 per cento del PIL, cui non è corrisposto un circuito virtuoso di efficienza della pubblica amministrazione locale e regionale a servizio dei cittadini e delle imprese.

Questo è il punto su cui non ci stiamo soffermando e su cui non vogliamo soffermarci, perché questo è un Paese in cui i poteri locali non devono essere messi e non vogliono mettersi in discussione, cosa che in parte avviene, purtroppo, anche a livello centrale, ma questo è il tema vero e la grande riforma di cui si dovrà parlare se si vuole realmente intervenire sul contenimento, sul risanamento e sulla riqualificazione della spesa pubblica allargata, questione che riguarda lo Stato centrale e, oggi più di ieri, le Regioni e il sistema delle autonomie. Questo lo si farà ridisegnando un sistema di rapporti e anche riscrivendo un sistema amministrativo che oggi è assolutamente elefantiaco, non aiuta i cittadini e non consente un giusto procedimento amministrativo.

Possiamo adottare tanti e tali provvedimenti sulla semplificazione, signor Presidente, che potranno valere forse nell'ambito del sistema statale o del sistema delle autonomie territoriali, ma non incidono sul problema principale, che è come si è data e si dà piena attuazione al principio costituzionale sancito dall'articolo 97 della Costituzione, e cioè il principio dell'imparzialità e del buon andamento della pubblica amministrazione, che oggi è più regionale che statale.

Queste sono alcune questioni che mi sono permesso di introdurre nella discussione; altrimenti - ha ragione il collega che ha parlato poc'anzi - pensiamo di lavarci la coscienza facendo un taglio al numero dei consiglieri regionali solo in alcune Regioni a Statuto speciale, senza renderci conto che tutto questo non può chiudere, né sostituire il dibattito reale che la politica deve affrontare e che è quello del ridisegno complessivo e della rivisitazione dell'assetto dei poteri istituzionali nel nostro Paese.

Questo vale, signor Presidente, anche nella logica paradossale in forza della quale la procedura di revisione degli Statuti delle Regioni a Statuto speciale è una procedura aggravata, che seguiamo, giustamente, in conformità alla Costituzione, secondo l'articolo 138. Ma dopo la riforma dell'articolo 117 della Costituzione, in cui sostanzialmente il sistema delle competenze legislative tra Regioni a Statuto ordinario e Regioni a Statuto speciale si è allineato, la procedura di revisione e di approvazione degli Statuti delle Regioni a Statuto ordinario segue una linea diversa, che certamente sfugge ad un dibattito parlamentare come questo, che molto opportunamente, e grazie alle Regioni che hanno assunto l'iniziativa, oggi stiamo qui facendo. Per queste ragioni, annuncio il voto favorevole del mio Gruppo. (Applausi dal Gruppo UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-PLI-PSI).

PISTORIO (Misto-MPA-AS). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PISTORIO (Misto-MPA-AS). Signor Presidente, colleghi, alle brevi riflessioni per dichiarare il voto favorevole al provvedimento di riduzione dei parlamentari dell'Assemblea regionale siciliana associo le considerazioni che avrei svolto - ho ritenuto inutile ripetermi più volte - per i provvedimenti che prevedono la riduzione dei consiglieri regionali delle Regioni a Statuto speciale Friuli-Venezia Giulia e Sardegna. Anche se vi sono elementi diversi, con qualche aspetto particolare per il Friuli-Venezia Giulia, ho colto come elemento di fondo, che ho apprezzato, non soltanto il contenuto finale degli atti, ma anche la procedura svolta, cioè il rispetto del rapporto pattizio che intercorre tra Regioni a Statuto speciale e Stato centrale.

Queste iniziative legislative, prodotte dalle Regioni a Statuto speciale che ho prima enunciato, in modo particolare dalla Sicilia, che conosco meglio, hanno avvertito la necessità di entrare in sintonia con un'esigenza e non soltanto con una condizione emotiva che si sta sviluppando nel nostro Paese e alla quale è difficile porre freno con atti incerti o frammentari, nel tentativo ansimante e angoscioso di fronteggiare la marea montante dell'antipolitica. Se fossero queste le motivazioni, sarebbero poco apprezzabili e del tutto insufficienti, come sarebbero insufficienti se dovessero ispirare il Parlamento nazionale e il Governo in scelte ansimanti e angosciate, rispetto all'incalzare dell'antipolitica, quando si toccano punti delicati e nevralgici delle istituzioni.

C'è infatti il rischio che da parte della classe politica si mostri subalternità rispetto all'emersione di questo sentimento nel Paese, che viene sostenuto, incoraggiato, assecondato e sviluppato dai media. Stamattina ho espresso il mio apprezzamento al collega Gasparri per aver manifestato un moto di stizza orgoglioso e reattivo rispetto ad espressioni insopportabili e sgradevoli di autorevoli commentatori.

Spero che il Parlamento e il Governo, che viene, anch'esso, chiamato in causa, non si facciano travolgere da questo sentimento e facciano invece scelte razionali che promuovano l'efficienza delle istituzioni, la loro produttività, ma anche la qualità del rapporto tra elettore ed eletto, quindi il valore della rappresentanza. Come il collega D'Alia ha già enunciato nel suo intervento, si è utilizzata questa prima iniziativa legislativa, per richiamare la stagione riformatrice, a cui il Senato è pronto, visto che si è deciso in Conferenza dei Capigruppo - che forse ha avuto il torto di sottovalutare (ho ascoltato molte critiche in tal senso), anche le esigenze della campagna elettorale così stringenti - di far prevalere la responsabilità di una programmazione dei lavori impegnata e sensibile sia alle scadenze dei documenti economici ma anche ad una stagione di riforme, programmata con tempi molto ravvicinati.

Ebbene, in quella occasione, verificheremo la capacità di assicurare interventi legislativi di rango costituzionale razionali che producano miglioramento nella efficienza e non siano soltanto motivati dalla volontà di corrispondere in modo inadeguato alla condizione del Paese, che certamente la crisi economica fa precipitare in una sorta di gorgo emotivo angosciante.

Io credo che questi provvedimenti mostrino l'intelligenza di mantenere e confermare un sistema di relazioni, per qualcuno forse ormai datato, ma che io, da autonomista, credo di potere con orgoglio difendere, anche perché vedo che il valore delle autonomie è stato confermato da un atteggiamento della Commissione affari costituzionali. Ringrazio i relatori e il Presidente per aver tenuto il timone sicuro nella conduzione di questi provvedimenti, ma anche l'Assemblea, perché qualche volta, sempre più spesso, il tema delle autonomie speciali è oggetto di riflessioni frettolose ed anche banali.

Credo che occorra tornare su questo tema, al di là di un provvedimento come questo, che riduce il numero dei componenti dei Consigli regionali delle Regioni a Statuto speciale. Non erano certamente banali o irragionevoli le considerazioni del collega Procacci circa alcune sperequazioni eccessive nel rapporto tra i Consigli regionali di queste Regioni e quelli delle Regioni a Statuto ordinario; anche se credo che bisogna reggere meglio l'urto sulla riduzione dei Consigli regionali delle Regioni a Statuto ordinario piuttosto che ridurre questi in modo eccessivo. Probabilmente alcune grandi Regioni, dalla Lombardia alla Campania e al Lazio, hanno bisogno di una rappresentanza di un Consiglio regionale un po' più diffusa per assicurare un più efficiente collegamento tra eletto ed elettore. Infatti, a questo serve la rappresentanza istituzionale: a garantire la rappresentanza degli interessi e delle comunità, e quindi gli interventi devono essere ben ponderati, quando si interviene in questo campo.

Anche in quel caso affidare ai Consigli una capacità di autodeterminazione, come è accaduto nel rapporto con le autonomie speciali, può essere il criterio preferibile, estendendo il valore, le prerogative della specialità a tutte le Regioni, perché autonomamente determinino il giusto punto di equilibrio della rappresentanza, e quindi il rapporto tra eletti e territorio.

Credo che gli interventi centrali, anche quando legittimi come nel caso delle Regioni a Statuto ordinario, siano pervasivi e non siano i più giusti. Nel caso delle Regioni a Statuto speciale, c'era questa possibilità che l'ordinamento offriva, e il Parlamento l'ha accolta e confermata. Credo che debba essere un criterio ispiratore generale quello di sollecitare, suggerire meccanismi di autoregolamentazione anche per le altre Regioni.

Ho ascoltato le considerazioni del collega Fleres che richiamava una stagione riformatrice, autonomamente determinata in seno all'Assemblea della Regione siciliana, alla quale ha partecipato insieme anche ad altri colleghi. È chiaro e indispensabile che questo deve essere solo un punto d'inizio di un processo che veda interventi modificativi importanti sugli Statuti regionali per adattarli alle esigenze mutate.

Formulo quindi l'auspicio che la Regione Siciliana e le altre Regioni a Statuto speciale intervengano con processi di autoriforma per adattare questi strumenti fondamentali, ossia gli Statuti, alle mutate condizioni istituzionali ed economiche (perché sono certamente diverse le realtà nelle quali oggi si misurano) per promuovere lo sviluppo, per tutte le riflessioni più o meno condivisibili che potrei offrire a questa Assemblea, ma sempre confermando il metodo del rapporto pattizio.

Credo che sia opportuna una stagione di autoriforma e di interventi importanti in materia di Statuti delle Regioni a Statuto speciale, perché questa specialità sia compresa meglio anche dal resto del Paese e vi sia un rapporto virtuoso fra le Regioni a Statuto ordinario e quelle a Statuto speciale, ma sempre confermando il valore del rapporto pattizio tra autonomie speciali e Stato centrale.

Per questo il voto è convintamente favorevole. (Applausi dal Gruppo Misto e del senatore De Angelis).

MARAVENTANO (LNP). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MARAVENTANO (LNP). Signor Presidente, colleghi, il Gruppo della Lega Nord voterà a favore del disegno di legge in esame.

Da siciliana, dico che i siciliani apprezzeranno molto questo provvedimento: è già un buon inizio, anche perché gli sprechi, riscontrabili sicuramente non solo in Sicilia ma anche in altre Regioni, si evitano in questo modo (sono stati tanti in questi anni).

Vorrei fare un'altra considerazione: questo - ripeto - è un ottimo passo, ma per risolvere i problemi della Sicilia si deve intraprendere un percorso serio. Ho ascoltato gli interventi dei miei colleghi siciliani; per carità, ci sono tantissime cose da fare, però auspicavo che loro, con questa iniziativa, potessero dare altre speranze ai siciliani, soprattutto in materia di rifiuti. Da anni, ma soprattutto negli ultimi mesi, la Sicilia sta attraversando momenti terribili, sia nella sua parte orientale che in quella occidentale.

Quindi auspico veramente che questa nuova Assemblea regionale che vedrà un ridotto numero di consiglieri si impegni seriamente per risolvere i veri problemi della Sicilia, che non sono solo la diminuzione dei parlamentari, ma i problemi seri che affliggono i cittadini tutti i giorni. (Applausi dal Gruppo LNP e del senatore Astore).

CRISAFULLI (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

CRISAFULLI (PD). Signor Presidente, colleghi, signori del Governo, con la seduta di oggi si avvia in maniera concreta la riforma dello Statuto della Regione siciliana, riducendo così a poche considerazioni ciò che sarebbe stato necessario farei: una riforma ampia, profonda, che avrebbe potuto consentire al popolo siciliano di trovarsi di fronte a una voglia innovativa e riformatrice di quelle classi dirigenti.

Ci troviamo, infatti, oggi a dover affrontare semplicemente la riduzione del numero dei parlamentari dell'Assemblea regionale da 90 a 70, che comunque è una scelta che va nella direzione da noi auspicata. Il Parlamento regionale avrebbe potuto benissimo dare corpo a ciò che sarebbe stato necessario riutilizzando vecchi testi, vecchie proposte, ma, in una fase di sostanziale stasi dell'attività parlamentare a livello regionale, essere riusciti a produrre questo atto è di per sé un contributo vero alle riforme che sono necessarie in quella terra.

Certamente oggi avremmo preferito discutere di nuove forme di governo della Regione, avremmo preferito discutere di ciò che sarebbe stato necessario per la Regione: di un'articolazione diversa, di un ammodernamento in direzione del decentramento verso le autonomie locali e i liberi consorzi, di un ammodernamento rispetto ai poteri storici della Regione siciliana nel campo delle acque, dei beni culturali, dell'agricoltura e del turismo, che oggi meritano una nuova calibratura rispetto ai poteri dello Stato e dell'Unione europea.

Noi invece, per rispetto al regime pattizio, ci siamo limitati ad affrontare solo la parte riferita alla riduzione dei parlamentari, che comunque è un grande e importante segnale: 90 erano e 70 diventerebbero, con un rapporto di un eletto ogni 90.000 cittadini siciliani, dato che di per sé rende il quadro di quale sia il tipo di rappresentanza che quella terra si è scelto. Peraltro, si è trattato di una scelta non obbligata compiuta all'unanimità dalla Regione siciliana, che, nei fatti, se incoraggiata, aiutata e sostenuta, non si limita alla semplice riduzione dei componenti, ma affronta più complessivamente le necessità di governo di quella terra.

Non è solo una risposta alla diversa necessità di riduzione dei costi e della funzionalità ma anche, e prevalentemente, una risposta alla necessità di produrre a caduta una serie di scelte che riguardano il funzionamento dell'Assemblea regionale siciliana: cambio del regolamento, riduzione delle Commissioni, riduzione dei tempi di discussione e di espressione dei pareri, determinazione di tempi certi per le decisioni e la loro esecuzione. Sarebbe necessario che il Parlamento regionale trovasse il coraggio di determinare tutto ciò. Dunque, un ammodernamento e un'innovazione legata alla funzionalità, fino ad ora troppo legata invece a processi decisionali contorti e molto spesso lunghi che non facilitano le decisioni.

Lo snellimento che rientra nel quadro delle riforme istituzionali che lo Stato di per sé deve compiere, mette la Sicilia in condizioni di essere in sintonia con il resto del Paese. La Sicilia non può non cambiare e deve compiere con coraggio scelte di grande innovazione: velocizzarsi nella spesa, nell'utilizzo dei fondi comunitari, nella grande innovazione infrastrutturale e nella realizzazione di grandi opere utilizzando i finanziamenti dello Stato, della Regione e dell'Unione europea.

Oggi si determina un'opportunità per la Regione siciliana, nella direzione dello snellimento, della velocizzazione e della risposta ad un messaggio di cambiamento che deve essere dato a quelle popolazioni. Oggi, in Sicilia, il 50 per cento dei giovani è disoccupato; oggi, in Sicilia, riprende l'emigrazione in maniera consistente; oggi, è necessario che in Sicilia arrivi dal Senato il messaggio che si sta lavorando per determinare le condizioni del cambiamento.

Per questo il Gruppo del Partito Democratico voterà a favore del disegno di legge.(Applausi dal Gruppo PD e del senatore Vizzini).

NANIA (PdL). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

NANIA (PdL). Signor Presidente, onorevoli colleghi senatori, il numero in democrazia non è una cosa da poco: anzi, proprio sulla questione del numero in democrazia si è discusso tantissimo, quando si è stabilito, un tempo, che i parlamentari sul piano nazionale dovessero essere 630 alla Camera dei deputati e 315 al Senato, così come quando, introducendo le Regioni, si è stabilito un certo numero di parlamentari nei vari Consigli regionali. In democrazia una ragione per scegliere quei numeri ci deve essere stata.

Penso che, allora, le ragioni siano state profonde. Noi sappiamo infatti che il numero elevato, oggi deprecabile, allora servì per includere molte componenti politiche che, diversamente, avrebbero potuto scegliere la strada della lotta armata, avrebbero potuto nascondersi in un atteggiamento antisistema che avrebbe rappresentato un problema per il Paese. Bene hanno fatto allora i Costituenti e le forze politiche in quella fase allargando la platea e inserendo tutte le forze dentro una competizione di tipo democratico che, alla fine, ha dato i risultati che ha dato, e che sono sotto gli occhi di tutti.

Presidenza del presidente SCHIFANI (ore 11,56)

(Segue NANIA). Perché tanti allora e meno adesso?

È un quesito che mi sono posto, anche perché mi sono sempre rifiutato di credere all'idea che la riduzione del numero fosse qualcosa da agganciare all'antipolitica del periodo che stiamo vivendo. In effetti, a ben pensarci, tutte le Commissioni bicamerali, istituite anche in periodi in cui l'antipolitica non era così montante, hanno portato avanti la tematica della riduzione del numero dei parlamentari, in generale, e dei Consigli regionali, in particolare. Penso, ad esempio, tra le tante, alla riforma meglio nota come riforma di Lorenzago, fatta in un periodo in cui la tensione e la partecipazione politica era intensa (non dimentichiamo che era il periodo successivo all'11 settembre e all'invasione, o liberazione - che dir si voglia - dell'Iraq). Ebbene, in quel periodo si pensò ad una riforma che avrebbe ridotto il numero dei parlamentari da 630 a 500 alla Camera dei deputati e anche per il Senato si pensò ad una riduzione. Questo problema dunque è sempre stato avvertito dalle forze politiche.

Mi rifiuto, politicamente, di considerarlo come un problema agganciabile o agganciato all'antipolitica e alla delicatezza del momento che stiamo vivendo.

Ebbene, perché richiamo l'attenzione sull'importanza del numero e - direi - anche delle regole in democrazia? Perché, nel momento in cui si fa una legge elettorale, se la si vuole democratica, si fa vincere chi prende un voto in più; quando si fa una legge elettorale, se la si vuole democratica, si fa vincere chi prende più voti, non chi ne prende meno. E quando si fa una legge elettorale, se deve e vuole essere democratica, essa deve prevedere che l'elettore elegge l'eletto e che a nessuno sia data la facoltà di nominare l'eletto.

A me questo passaggio sembra importante, con riferimento alla tematica della riduzione del numero dei parlamentare, perché è soltanto attraverso questo passaggio che si possono battere tutti coloro che affermano che la politica è una casta.

La politica è l'esatto opposto della casta. Basterebbe soffermarsi sul punto che la casta è un concetto di appartenenza chiuso, che le caste sono formate da coloro che appartengono ad un partito, o ad una struttura, o ad un'organizzazione chiusa, mentre la politica è uno spazio pubblico aperto e i partiti, ai sensi dell'articolo 49 della nostra Costituzione, dovrebbero essere degli spazi aperti che, con metodo democratico, cioè con un rappresentato che sceglie i rappresentanti, con un elettore che sceglie gli eletti, dovrebbero concorrere a determinare la politica nazionale. (Applausi dal Gruppo PdL).

Si vuole che la politica non sia una casta, che i partiti politici non siano delle caste? Bisogna battersi con orgoglio centrando il motivo per cui oggi sosteniamo la riduzione del numero dei parlamentari. Il Popolo della Libertà non sostiene la riduzione del numero dei parlamentari perché risponde alla logica dell'antipolitica, ma lo fa perché, mentre in passato si ampliò la platea essendo tante le percentuali, le appartenenze e i partiti, oggi i grandi processi di ricomposizione culturale, avvenuti sia a destra che a sinistra, impongono di necessità una semplificazione che si accompagna ai processi decisionali, all'efficienza e alla qualità stessa del processo politico. Una volta c'erano gli ex fascisti, gli ex comunisti, gli ex socialisti, gli ex socialdemocratici, gli ex radicali, gli ex liberali, gli ex repubblicani: si vuole ragionare ancora in questo modo, come è avvenuto in Sicilia, dove nessuno capiva perché c'erano il CCD, il CDR, l'UDC, il CDU, l'Udeur?

I grandi processi di ricomposizione politica nel Paese hanno portato già oggi ciascuno di noi, come avviene nelle altre democrazie, a dire di essere di centrosinistra o di centrodestra. Rispetto a questi grandi processi di ricomposizione culturale non possiamo affrontare il problema della riduzione del numero dei parlamentari preoccupandoci per qualche piccolo partito. Diciamolo chiaramente: ridurre il numero significa ridurre il frazionamento, la parcellizzazione, la presenza di forze politiche minori che ricattando le forze politiche maggiori, che ragionano per grandi valori e ideali, determinano lo sfarinamento, lo spezzettamento sociale e culturale, e non l'inclusione sociale. Per questo oggi è significativo che si cominci dalle Regioni a Statuto speciale ma occorre che, per contaminazione, si arrivi alle Regioni a Statuto ordinario.

La riduzione del numero dei rappresentanti non deve essere la riduzione della politica: deve rappresentare un aumento, un di più, in termini di qualità, della politica. Vedremo se questa contaminazione vi sarà quando tutte le forze politiche, in questa congiuntura particolarmente favorevole, affronteranno una legge elettorale per consentire agli elettori di scegliere gli eletti, senza complessi di inferiorità, ma nella consapevolezza di vivere tutti insieme, centrodestra e centrosinistra, un grande momento di crescita politica e culturale. (Applausi dal Gruppo PdL).